di Manuel Pilotti
Intervista
Intervista ad Andrea Zandomeneghi e considerazioni su “Il giorno della nutria”
Quando ho finito “Il giorno della nutria” ho pensato che avevo appena finito di passeggiare attraverso un mondo ricco e paludoso, pieno di maelstrom, sprofondamenti, menzogne artatamente intarsiate in un più vasto mosaico di dolore e resistenza, un gorgo nel mezzo di una festa, una festa al centro di una casa, una casa al centro di un paese, un paese circondato da maschere di un carnevale popolare ed erudito in cui nessuna mescolanza doveva essere bandita con l’onta della complessità impronunciabile: e quindi osare, oltre l’ironia, oltre il perbenismo, oltre la glaciazione formale che non può tenere il passo del ditirambo che scioglie e sconquassa. Non sapevo che Zandomeneghi avesse frequentato le terre peste di impronte bisulche e caprine che tanti studiosi di Dioniso e Nietzsche hanno attraversato. Eppure, avevo sentito risuonare un che di ditirambico nella sua prosa e le sue parole me lo hanno confermato: anche lui ha danzato tra i satiri e le menadi, all’ombra del tirso, folleggiando tra gli alti e i bassi di uno sparagmos-smembramento che anticipa ogni albeggiare tragico. Avevo la sensazione che la nutria del suo libro fosse una presenza anamorfica, che mi aveva costretto a spostarmi e ad interpretare, a ritenere la mia posizione di lettore-comodamente-seduto invece scomoda e limitante. Avevo sentito la solitudine devastante e legata al delirium tremens di “Sotto il vulcano” di Malcolm Lowry (che nella Nutria è cefalea e libidine logorante); avevo sentito echeggiare il divertimento crapulone, cinico e rituale di Giorgio Manganelli (che continua ad impossessarsi di me ad ogni lettura e non mi lascia mai in pace, ma qui credo abbia fatto bene a farmi tenere il tempo scandendo con borborismi enigmatici ma, interpreto, complici, le pagine che scorrevano); avevo avvertito l’aria asfittica e labirintica delle cancellerie kafkiane, in quella casa-mantide della “Nutria” in cui le porte si aprono anche su una madre afflitta da demenza e ecolalia pappagallesca che ricorda quella di Vlad l’Impalatore della “Scopa del sistema”. Avevo, insomma, sentito così tante voci risuonare da un oggetto inerte come un libro che ho sentito l’impulso di andare a confrontarmi con l’autore parlante in persona, a Borgo Carige, per capire effettivamente a quale congrega appartenesse, a quale società segreta, a quali santi e scrittori fosse votato.
E così, con la stessa gentilezza con cui Zandomeneghi mi ha aperto alcune stanze della sua biblioteca personale, in cui non è difficile immaginarlo immerso nella lettura, di spalle, di libri voluminosi, antichi, manoscritti medievali, impolverati e con una luminosità polverosa da valigetta-MacGuffin, con un sorriso che alcuni frettolosi potrebbero scambiare per una smorfia, ecco, allo stesso modo vi lascio le due parti di questo incontro. E con lo schermo del pc che mi illumina vi sento già, spettri o satiri, ridacchiare e accartocciare cose alle mie spalle, sempre eccitati dalle possibili deflagrazioni che covano nei cortocircuiti.
Parte 1
Parte 2
