Intervista
La metamorfosi, il paesello, la crisi


Si può variare sul tema delle metamorfosi attingendo da un immaginario vastissimo che va dal paleolitico uomo-leone di Stadel, passa per Ovidio, passa per Kafka e arriva agli Odradek e agli abomini con cui l’AI impasta lingua e pixel. C’è sempre un qualcosa del furto nella metamorfosi, una voglia di sottrarre qualità ad un soggetto, un’eugenetica tutta immaginativa e spirituale (fin quando la tecnica non rende possibile provare realmente mescolazioni del genere). Ma c’è anche un qualcosa della sperimentazione, del mettere su un tavolo di Procuste chimere, incubi e desideri per poi affettarli in una forma empirica e sensibile, rappresentabile, per vedere come queste nuove figure mutate si muoverebbero nel banco di prova della realtà.

Si può quindi ambire alla forza del leone cacciatore, così come si può empatizzare e irridere la degradazione a maiali sull’isola di Circe, così come si può simulare l’umiliazione massima della trasformazione in scarafaggio. Ma, fuor di zoomorfismo, le forme che possono plasmarsi dalle metamorfosi si possono mescolare in una ridda di carne tutta umana, non meno perturbante, che oltre alle proiezioni, ai furti, alla sperimentazione, alluderà anche alla confusione, al caos e alla mescolanza informale (così possiamo guardare le uova-cellulari di un Fautrier e provare una vertigine quasi nauseante, al cospetto delle possibilità sterminate della vita biologica, con tutti i suoi strabilianti successi, ma anche con tutti i suoi abomini e inciampi, tutti legati da una medesima matrice e quindi comunque capaci di aprire spiragli verso l’emotività di chi guarda e contempla).
Così si arriva a quel paio di seni, non suoi, con i quali si risveglia il buon Guglielmo Sputacchiera, nel suo paesello di provincia. Paesello che è un vero e proprio interregno nel quale si verificano i fenomeni morbosi più svariati, parafrasando Gramsci, e in cui un fenomeno come la metamorfosi è non solo attendibile, ma anche provocazione necessaria: perché la provincia è crisi e la crisi è cambiamento e impossibilità del cambiamento allo stesso tempo. Ma Sputacchiera, svegliandosi nelle forme femminili, ci prova a fare a noi lettori e a se stesso questa domanda dall’aria bigia e fumosa, pronunciata dalle labbra nuove e strane di un profeta-viandante appena arrivato, rimpannucciato di carne novella, ma fastidiosamente familiare. E qui, nel baretto iniziatico, agli sconvolti avventori fedeli che guardano l’amico diventato donna e non lo riconoscono, non lo vogliono riconoscere (o il mondo si squarcerebbe) la domanda viene posta a tutti senza tanti tentennamenti: ma se qui ciò che è vecchio muore e il nuovo non può nascere, non saranno mica un salvagente esistenziale per noi tutti, questo paio di seni?
Ho affrontato domande simili direttamente con l’autore in un’intervista in due puntate che trovate qui sotto.
Parte 1
Parte 2
