Cronache Fantastiche 1 – La super intelligenza di Don

La super intelligenza di Don

«Eccolo qui, il ragazzone!»

«Presidente, è un piacere rivederla».

Era pronto per la rinomata stretta di mano del Presidente, che tanto aveva studiato nei video e sperimentato negli incontri passati. Questa volta non rischiò di farsi stritolare la mano, ma il Presidente riuscì comunque a strattonarlo un po’ e a farlo chinare verso di sé. Al non ci poteva fare niente e si aspettava di dover concedere quell’omaggio traballante di un mezzo passo riverente.

«Alla grande, caro il mio genietto, alla grande. Non avevo così tante erezioni involontarie dagli anni in cui Jay mi mandava quei messaggini provocatorî… Tutto il santo giorno. Non puoi immaginare che razza di fatica fosse non pensare alle seratine che preparava… Ah», sospirò alzando quello strano lezzo, che era arrivato già altre volte alle narici di Al, le tre o quattro volte in cui aveva parlato col Presidente, e aveva sentito sempre i peli della schiena che si rizzavano allarmati. Non voltargli le spalle, dicevano i peli. Non lasciare che il re delle scimmie, in calore e su di giri, ti colga alla sprovvista. Va bene farsi strattonare la mano, ma niente di più. Respira a fondo, familiarizza con l’orrore, ricordati di lui e NON, DARGLI, MAI, LE, SPALLE!

«Parla di quel… Jay?»

«E di chi altro dovrei parlare?», si stranì un po’ il presidente, ficcando i sui occhi in quelli di Al, facendogli capire che poteva spingersi con una naturalezza ferina in zone così profonde e con tale rapidità che Al avrebbe dovuto abbassare gli occhi cercandosi i lacci delle scarpe, se non avesse voluto perire all’istante. «Ma tue sei troppo giovane, certe cose non le puoi ricordare. I tempi d’oro! La giovinezza! Che cosa incredibile è, la giovinezza?»

Gli fece la concessione di non infierire oltre con quegli occhi cerulei e spiritati, azzurri come tutte le morti per annegamento. Sfiorò la piamadre, gli solleticò l’amigdala, ma alla fine, quando ormai Al stava per cercare rifugio nel abbraccio nero delle sue scarpe taglia 48, indossate di 8 numeri più lunghe solo per non sfigurare col 50 del presidente, ecco che gli venne concessa la grazia della deviazione preventiva. Il presidente indicò le poltrone, chiuse per un millisecondo le palpebre, girò la testa e interruppe così il rituale di svisceramento regressivo che aveva incominciato. Servivano le buone maniere, d’altronde. Avrebbero dovuto parlare di affari, di Grandi affari.

Al non se lo fece ripetere e, facendo attenzione a non dargli mai le spalle, un po’ cerimoniosamente e camminando un come un granchio a passetti laterali, fece per accomodarsi. Si sedettero entrambi.

«Giovinezza e paura», aggiunse il Presidente guardando nel vuoto, quasi pensando (le sue parole erano sempre un passo avanti al pensiero vero e proprio, quindi non si può propriamente dire che pensasse, mai; le elucubrazioni erano da checche rammollite e la sua retorica era un’avanguardia da pensatori della nuova epoca: parole che costruiscono il pensiero nell’atto della loro enunciazione, parole-flusso, parole-leve, parole-soldi, parole-azioni, parole-accessi-riservati, parole-catastrofi, parole-ira-di-dio, parole-grazia-dal-cielo, parole-tutto-meno-che-meditazioni-da-finocchi-barba-e-yoga-dio-ce-ne-scampi).

«I due più grandi business che possano esistere».

«Concordo in pieno, signor Presidente».

«Chiamami Don, che diamine, ci siamo annusati il culo abbastanza a lungo da darci del tu senza azzannarci a tradimento, giusto?»

« Certo… Don. Assolutamente».

«Bene. Sai cosa mi colpisce di te? Che sei un esperto del linguaggio ma non sembri una checca. Non hai l’odore di una femmina chiacchierona da salotto letterario e non mi sembri uno che abbia bisogno di accarezzarsi l’ano facendosi il bidè dopo aver cacato. O sbaglio?»

Scoppiarono entrambi a ridere.

«No, Don, solo carta igienica, e a volte neanche quella».

«Bravo, non abbiamo tempo da perdere con i nostri buchi del culo. Bravo ragazzone».

«Decisamente. La cosa che più mi interessa sono i culi degli altri, ben piantati e fermi davanti ai nostri programmi linguistici di reindirizzamento».

«Come parli bene! Parli davvero bene, ragazzo! “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Sai chi l’ha detta questa?»

«Wittgenstein».

«Sei ebreo anche tu?»

«No».

«E come mai lo conosci?»

«L’ho studiato al college, ad Harvard. Ancora non erano stati posti dei doverosi limiti per i testi in programma. Anche tu hai studiato filosofia del linguaggio?»

«No, queste erano le perle di Jay, quante ne sapeva, vecchia volpe. Ogni tanto citava questo Wittgenstein dicendo che era un altro ebreo brillante e un po’ pazzerello, come lui. Tutto qua, mai studiato quel ciarpame semitico altrimenti. Gloria a dio e pace all’anima sua. Era un ebreo a posto. Sapeva cosa fare con la sua lingua aguzza e la sua cappella spuntata».

Altre risate di cuore.

«Ho dovuto sganciare bombe e minacce per far smettere la gente di rovistare nelle sua cazzo di lettere private. Che schifo», e dicendo ciò il Presidente tornò a concentrarsi con intensità guardando dritto verso Al. I peli captarono il nuovo folle voltaggio nella stanza e gli irrorarono la pelle di ioni ad altissima tensione.

«Ma veniamo a noi».

La questione era la seguente: se il colosso tech dell’intelligenza artificiale di Al voleva che lui, il Presidente in persona, facesse da testimonial per una grande e sconvolgente campagna pubblicitaria, la Corporation avrebbe dovuto pagare bene, in un modo o nell’altro. Il Presidente sapeva che i guadagni sarebbero stati E-normi, e con quelle labbra protruse e arricciate fece pensare ad Al al grugno di un porcellino con la bava alla bocca. E-normi sarebbero stati i guadagni ed E-norme sarebbe stata la paura, da usare come leva per fare il cazzo che volevano. Aveva già un piano in tre punti per passare dalle parole ai fatti: ufficio stampa – social – conferenza parallela sua e del presente ragazzo-CEO. Ma avere il Presidente come testimonial e capo della campagna di marketing più aggressiva del fottuto pianeta terra non sarebbe stato gratis, chiaro, il ragazzo era sveglio e questa cosa ovviamente la sapeva, giusto? Lì fuori è pieno di Corporation pazzerelle e coinvolte in pazzoidi processi di disumanizzazione tecnologica (questo lo disse senza nessuna ombra di sdegno o disgusto, ma con un certo orgoglio patriottico). Nella sua agenda avrebbe potuto inserire incontri come quello che stava avendo con Al da quel momento fino alla fine dei suoi giorni. Concedeva all’azienda di Al di essere sul pezzo, ben messa in termini di hype, abbastanza ammanicata un po’ di qua e un po’ di là, e con un impiego sano e diseguale di personale femminile, che Dio ce ne scampi. Quindi sì, il ragazzo gli era simpatico e la recita gli sarebbe piaciuta, ma cosa ci avrebbe guadagnato?

Soldi, potere e la libertà di fare il cazzo che avrebbe voluto per generazioni. Sorrise Al. Mh, non sembrava male, anche se non capiva cosa cazzo c’entrassero le generazioni future. Comunque, il ragazzo sapeva come andare dritto al punto. Nella pratica?

Nella pratica diremo che questi modelli linguistici non vanno chiamati artificiali, sono naturali e Super, Mega, Incredibilmente Intelligenti, AI + +, o qualcosa del genere, e che anche loro, le Super AI, rischiano di fare come cazzo vogliono se non vengono stanziate grosse cifre per supportarci con un lavoro enorme e con un uso indicibile di energia, che finora ci siamo potuti felicemente sobbarcare, ma che non riusciamo più a sostenere, diremo, e non riusciamo a garantire che non faccia come vuole, diremo.

È davvero così?

Certo che no, possiamo spegnerla, accenderla e monopolizzarla come vogliamo. Se volessimo concentrare tutta la potenza di calcolo e azione solo su una cosa, liberandola da ogni altro compito, potremmo mandare in tilt una metropoli e assediarla fino allo sfinimento.

Solo una metropoli?

Era un esempio al ribasso.

Non mi piacciono i ribassi, che diamine ragazzo, parliamo di risultati concreti. Fin dove possiamo spingerci?

Il pianeta Terra, tutti i suoi satelliti, le stazioni spaziali e ogni cosa l’uomo abbia mai mandato lontano dalla vorticante biglia azzurra. Potremmo spingerci fino a lì.

Epico.

Già, e ci hanno fatto entrare e saccheggiare tutto gratis! È come avere in mano la realtà. Scrivi una cosa, decidi quando vuoi farla accadere…

Anche subito?

Certo! E puf, fatto.

Dobbiamo realmente averne paura?

Ma certo che no, se stacco la spina o tagliano i cavi il gioco termina. Ma finché le regole del gioco sembrano quelle della vita biologica, farle terminare sembrerebbe dichiararsi spacciati, come staccarsi la spina da soli.

Il vecchio trucco della realtà fatta sberleffo. Ragazzo mio questa è già la mia specialità. Non ho capito cosa ci guadagno.

Non siamo gli unici che stanno preparando il tabellone e i dadi per questa partita.

…

I nostri competitor bravi in matematica e i loro pisellini gialli ci stanno copiando.

Come sempre, dio onnipotente…

Dire che non possiamo controllare la nostra super intelligenza farà: 1) schizzare alle stelle il valore di una tecnologia del genere, e so che lei conosce fondi e aziende pronte a rilevare importantissime quote di quello che sarà il più grande investimento economico della storia umana; 2) potremo commettere qualsiasi tipo di scorrettezza continuando a rubare a chiunque dati e informazioni, potremo mascherare qualsiasi angheria con la giustificazione della complessità, alla faccia del naturalismo Gramsciano.

Sempre Harvard?

La vecchia Harvard. Risero.

Potremo attaccare sistemi stranieri senza la minima preoccupazione (se non quella di un risibile comunicato stampa in cui chiediamo aiuto e più fondi perché la cosa è cresciuta troppo e ci sta sfuggendo di mano!).

Si misero nuovamente a ridere, poi Al arrivò al punto 3), con quel climax comico-religioso tanto caro ai tempi comunicativi e ricettivi del Presidente. Punto 3), niente più miseri messaggini -senza offesa- per deviare l’attenzione sui social; processi fulminei e sotterranei, organizzati con la massima priorità. Insomma Don, Al a questo punto si prese una pausa scenica e cercò di sua iniziativa lo sguardo bestiale e ipnotico del suo interlocutore. Posso fare entrare l’ospite?

«Mandate dentro il tizio», gracchiò il presidente al trasmettitore criptato che aveva nella manica della camicia. Si sentì un click elettrico e meccanico, un soffio ad incasso oliato alla perfezione. La porta blindata al fianco della libreria sì aprì e dall’altro lato della stanza entrò il Tizio, completo grigio, camicia bianca, una valigetta nera portata con due mani come un vassoio, un bavaglio da bocca con la palla nera stretta tra i denti, vistose cuffie sempre nere isolanti sulle orecchie. Portò la valigia al Presidente che la prese senza badare particolarmente all’aspetto di Tizio, che lasciato il dono si ritirò subito al fianco della poltrona di Al.

Lui è un nostro ex-dipendente, il più brillante, il più bello degli angeli. È stato un peccato che abbia voluto lasciare il regno dei cieli. Ora lo scaglieremo a testa bassa tra i più miserabili a predicare la pericolosità del nostro prodotto, sarà il nostro esiliato eccellente, un dannato asset predicante.

E questa?

Quella Don è la valigetta con l’unico altro terminale, oltre al mio, che può monopolizzare il flusso delle richieste all’intelligenza artificiale e decidere quanta parte di potenza dedicare all’operazione. Massima priorità, per sempre.

Interessante.

La tua parola può essere il verbo, sembra assurdo ma puoi plasmare la realtà in modo assoluto, con uno sforzo minimo.

Puoi anche tu.

Io ho migliaia di vincoli e un consiglio d’amministrazione che vigila sulle priorità da dare ai flussi. Tu saresti l’unico a non avere sbarramenti.

Il Presidente aprì la valigetta e alzò lo schermo del pc portatile al suo interno. Comparve una stringa di comando e qualche barra con valori regolabili in percentuale spostando un pallino.

«Vuoi provarlo?», chiese Al, riuscendo a sostenere i terribili occhi presidenziali che ora si stavano imbevendo di una nuova sfumatura di desiderio.

«Scrivi quello che vuoi e scegli la massima priorità di calcolo e dedizione. È come una lampada magica».

«Non vorrai mica fottermi con una stronzata da arabo venditore di tappeti?». Ma Il sorriso del Presidente era onesto e smentiva lo scetticismo smargiasso della sua osservazione. Al lo intuì e ritenne di non dire nulla. Il Presidente stava già premendo i tasti. Pochi secondi, un alone di luce bianca dallo schermo e il suo paio di occhi tremendi, tremolanti di un riso che aveva le venature scure della pena di morte. Guardò Al e premette invio.

«Massima priorità ragazzo, che dalle mie parti equivale ad una consegna express senza se e senza ma, proprio ora. Vediamo cosa sapete fare».

Al riuscì a sostenere gli occhi del presidente. Petto a petto, vecchio re delle scimmie, pensò di nuovo cavalcando quella metafora che lo faceva sentire meno a disagio. Petto a petto.

«Tutti gli eventi in bilico sull’orizzonte della storia sono in mano tua Don».

Si sentì una vibrazione nella stanza. Veniva esattamente dalla tasca dei pantaloni di Al, che però non aveva mai la modalità vibrazione. Guardò lo schermo del suo orologio per capire chi lo chiamava. Era il numero d’emergenza, lo chiamavano da casa sua. Guardò il Presidente, il suo ghigno si stava allargando sempre più in un sorriso onesto e divertito, con un alone di crudeltà che fece rizzare anche i peli più primordiali di Al, sottopelle.

«Vuoi rispondere? Fai pure».

Al lanciò uno sguardo pieno di furore a quell’uomo grassoccio che aveva tutta l’aria di un primate fuori di testa. Poi si alzò di scatto e tirò Tizio con sé per usarlo come paravento per avere un po’ di privacy rispondendo alla chiamata d’emergenza. Fece qualche passo verso la porta della stanza dando le spalle al Presidente. Armeggiò col telefono nella tasca sentendoselo scivolare. Casa, diceva il display. Strisciò il pollice sulla cornetta. La mano gli tremava a intermittenza con scariche che venivano da altre epoche a cui l’uomo non aveva partecipato e non poteva evitarlo. Non appena la parola “pronto” gli cigolò flebile fuori dalle labbra, sentì un’oscurità sodomizzante incombere dietro di lui. Un’ombra fredda che fece accapponare la pelle della sua nuca e anche di Tizio. Qualcosa si stava muovendo nei suoi pantaloni.

«Al, che succede, mi hai chiamato?»

…

«Sei forte ragazzo. Siamo forti!», gli sussurrò nell’altro orecchio il Presidente. Poi gli diede una pacca sul culo e scoppiò a ridere come un pazzo.

Lascia un commento