Intervista
Intervista a Vanni Santoni sul “Detective sonnambulo”
Ricerca e rilanci tra amore, senso, bello e grandezza
Intro e retroscena dell’intervista
Sono nella biblioteca delle Oblate, a Firenze, in pieno centro storico. Se esco fuori dal secondo piano ho una vista sulla cupola del Brunelleschi da fare invidia, tanto che non riesco a capire come questo posto non venga preso d’assalto come le strade sottostanti, brulicanti, in un fermento turistico costante così forte che sale quasi alla testa, disorienta e sradica quelli che probabilmente non ci sono abituati (abituati, dico, a sentirsi così nell’omphalos di un’italianità profonda ma completamente circondata dal suono di lingue straniere, dai continui tic del consumo, dalle bizze fisiologiche e pulsanti dei turisti in processione). Ma non è un problema: con il tempo, soprattutto negli ultimi anni, ho imparato a fare così tante gite minime da avere appunti e coordinate minuziose su come uscire dai sentieri più battuti e per rifugiarsi per ore in luoghi accoglienti, a me congeniali, magari con libri, un bar, un bagno gratuito (e se ci mettiamo anche la cupola del Brunelleschi stiamo decisamente sconfinando nel glamping-spinto da gitante della domenica).
Comunque, dicevo, sono nella biblioteca delle Oblate, sono arrivato a Firenze in anticipo, me la sto chillando ripassando gli appunti dell’intervista che farò con Vanni Santoni più tardi, sto leggendo qualche riga di un tascabile minuscolo buono per queste uscite e, sempre parlando di chilling, sto bevendo anche una bella redbull, alla faccia della folla brulicante, perso con lo sguardo nella cupola sullo sfondo. Qui partirebbe un lungo flusso di corrispondenze e dissonanze ispirato dalla grandezza degli uomini rinascimentali e al loro lascito che è in grado di fare alzare gente anche molto pesante dall’altra parte del mondo e attrarla in quelle vie, in quei musei, davanti ai monumenti tutto intorno a me, ipnotizzati da una forza estetica che ci aveva visto molto lungo, mentre io ripeto a me stesso il mio mantra per rilassarmi e sfuggire al pensiero che la ricerca che sto conducendo parlando con gli scrittori più disparati non sia una fola ma che possa avere una sorta di doppia calotta autoportante capace di resistere nel tempo e attrarre gente pesante da altri mondi e, mi raccomando con modestia, non farti prendere da ansie da prestazione o cose del genere anche se il tempo che avremo per fare le domande è bello tirato, goditi il viaggio, il rinascimento, la finta giovinezza che rimesti in un tuo calendario interiore fatto tutto di domeniche e camerette tappezzate di libri e quindi “chillatela bro, chillatela”, mi ripeto, rinascente, eccitato, dentro al flow, in attesa contemplativa e sbandante.


All’appuntamento manca ancora qualche ora. Ci vedremo lì vicino, al chiostro del Brunelleschi (sempre lui), circondati dagli studenti delle facoltà umanistiche e dai fantasmi dei libri di Vanni, come Cleopatra Mancini della “Verità su tutto” che proprio in quegli spazi vive una rinascita spirituale e culturale. Un gran bel posto, simbolico e chiassoso, non troppo adatto a registrare audio puliti ma suggestivo.
Mi sposto un po’ dentro, sui divanetti dell’emeroteca e devo passarci proprio tanto tempo perché sento che la percezione del mio status nella stanza cambia: è come se la collettività lì circolante iniziasse a vedermi come il genius loci, il frequentatore assiduo a cui poter chiedere informazioni, direzioni, approcci vaghi…Ma io sono qui per altro, rispondo a gesti (di là, di qua…) e muovendo silenziosamente la mano potente mi sento un po’ un imperatore, un faraone… Ozymandias… Gliela faccio la domanda su Ozymandias a Vanni? Sì, per forza, va fatta. Quella su Naruto? Ma sì, Manfredi nel libro non fa che nerdare. Quella sui trip gliela faccio? Sì dai, quella sui trip è divertente e apre anche degli spiragli tecnici sulla scrittura che possono essere molto interessanti. Dai, top, gliele faccio tutte queste. Quella sul pericolo? Non so, pensare che un libro si possa giudicare da quanto ha messo in pericolo chi lo ha scritto non rientra nei miei canoni valutativi, mi hanno suggerito di fargliela, ma mi sa che la scarto. Dai, così ci dovremmo essere.
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Manfredi, Tanya, Martino, Johanna: da alternare, in una variazione musicale che sa di chanson, di aria parigina, di techno berlinese, di quattro quarti di psytrance con i mantra che bucano tempi e luoghi, personaggi e libri.
Anche “Personaggi precari” inizia con un numero quattro importante, in posizione liminare, là dove di “Simona” Santoni scrive: “I generi di nascita sono quattro: dall’uovo, dalla matrice, dal prodigio, dal caldo-e-umido. […]”, e, con un salto al suo ultimo libro, “Il detective sonnambulo“, ci si può divertire a capire chi sia chi, come siano nati i suoi ultimi personaggi, quale genere e costellazione abbia condizionato in principio il loro carattere.
E quattro sono anche le città principali intorno alle quali ruota quest’ultimo romanzo di Santoni, città eminentemente moderne, a loro modo scenari simbolici, ovvero Parigi, Davos, Berlino e Venezia.
Un numero tetragono, il quattro, solido, che sa di pilastri e fondamenta, di base contro le oscillazioni (umorali o finanziarie che siano), di carte girate scoperte sul tavolo durante una partita a scopa. E forse l’unica traccia della provincia individuabile nel romanzo è proprio quella di un gioco passato e regionale, fatto intorno ad un tavolo che potrebbe essere quello della cucina, domestico, in cui la posta è molto alta, o almeno, uno dei giocatori punta molto forte, gli altri lo guardano strano ma non resistono e l’assecondano, si giocano quello che hanno, per combattere la noia e l’insensatezza, lontana da quelle dinamiche inventate ma confortanti del gioco.
Quindi si rilancia e ci si insegue, alla ricerca della grandezza, del bello, del sensato, della famigliarità biologica e temporale, delle stagioni della vita che si rinnova e cambia. E se non sono carte da scopa saranno carte rare dei Pokemon, cimeli-col-senno-di-poi, criptovalute, videogiochi, castelli, acidi o motoscafi milionari: oggetti incantati da fiaba, da quête, da “Castello dei destini incrociati” con un buco nel mezzo, una carta dei tarocchi che peschi una volta e poi bruci perché rimetterla nel mazzo sarebbe assurdo.
Di questo, e di molto altro, abbiamo parlato con Vanni Santoni nell’intervista che trovate qui sopra.
