Attualità
20/01/2025
Tregua tra Israele e Hamas: cosa prevede, cosa aspettarsi e un bilancio del conflitto


Ieri 19/01/2025 è iniziata la tregua a Gaza. Sono trascorsi 470 giorni dall’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023 al festival musicale Supernova, da cui era cominciato il conflitto. I dati raccolti sul numero totale dei morti sono incerti, ma si stima che siano morte ben più di 45.000 persone.
La tregua appena raggiunta prevede 3 fasi. La prima durerà 42 giorni, durante la quale si svolgerà un progressivo rilascio dei prigionieri. In questa fase saranno liberati 33 prigionieri israeliani e 1904 prigionieri palestinesi.
Già oggi, lunedì 20/01/2025, sono stati rilasciati 3 prigionieri israeliani e 90 prigionieri palestinesi. È stato definito un rapporto di valore ben preciso tra prigionieri israeliani e prigionieri palestinesi, per cui, per esempio: un bambino, una donna o un uomo ultracinquantenne di Israele valgono 30 palestinesi; se la donna israeliana è un soldato vale 50 palestinesi, di cui alcuni devono essere ergastolani.


Le fasi successive verranno definite meglio entro i primi 15 giorni e probabilmente prevederanno un ritiro graduale dell’esercito israeliano dalla striscia di Gaza e la restituzione dei corpi dei defunti israeliani ai loro cari.
Come si è arrivati alla tregua?
La tregua è stata favorita da alcuni fattori. Il primo è stato l’indebolimento di Hamas in alcune zone strategiche come il Libano, dove il 27/09/204 è stato ucciso il leader del partito islamista e paramilitare Hezbollah, Hassan Nasrallah. Inoltre ha contribuito anche la caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria.
Gli osservatori da tutto il mondo hanno indicato come importante anche il ruolo giocato dalle manovre della nuova amministrazione Trump. Infatti il tycoon aveva incaricato un suo uomo fidato, l’imprenditore Steven Witkoff, come inviato speciale in Medio Oriente per fare pressione su Netanyahu. La diplomazia israeliana ha parlato di modi poco ortodossi, sbrigativi e manageriali con i quali Witkoff avrebbe svolto il suo compito (e in qualche modo anche la scansione in fasi della tregua ricorda in qualche modo la pianificazione di un obiettivo aziendale).


Il primo ministro israeliano si è ora visto voltare le spalle dall’ala di estrema destra che avrebbe voluto continuare la guerra, soprattutto da Ben Gvir, ministro della sicurezza nazionale, che si è dimesso. Gvir si è opposto alla tregua perché contrario al rilascio dei prigionieri palestinesi e al ritiro delle truppe israeliane dal confine meridionale con l’Egitto. Ha sostenuto che la tregua è una scelta avventata e che farà perdere quanto guadagnato da Israele. Per il momento Netanyahu conserva una ristretta maggioranza parlamentare che gli consente di mantenere il potere e evidentemente confida in un influenza positiva dell’America per conservare la sua posizione, facendosi garante di questa tregua contro chi invece vorrebbe protrarre il conflitto. Anche Bezalel Smotrich, altro ministro israeliano di estrema destra, ha minacciato di dimettersi se Israele non riprenderà la guerra dopo la prima fase della tregua. In questo caso dovremo vedere cosa accadrà, perché Netanyhau perderebbe la maggioranza.
Il prezzo della ricostruzione
Bisognerà fare i conti anche con l’aspetto materiale dei danni causati dal conflitto, Oltre al dolore per le perdite umane e all’odio niente affatto pacificato ma acuito delle violenze. La ricostruzione sarà lunga e costosa. Si stimano 50 milioni di tonnellate di detriti da rimuovere, per un costo di 1,5 miliardi di dollari in un lasso di tempo che potrebbe durare 14 anni, dovendo fare i conti con ordigni inesplosi, amianto, e corpi sepolti sotto le macerie.



