Intervista ad Ermanno Cavazzoni

La scrittura tra santità, sogno e resistenza

Di Manuel Pilotti

Qualche mese fa, mosso da astratti furori di vittoriniana memoria, decisi che sarebbe stato opportuno provare ad intervistare degli scrittori, magari anche molto diversi tra loro, provando ad indagare sulle loro idee artistiche e sulla loro quotidianità legata alle parole, alla loro scelta, alla loro collocazione, alla loro invocazione, al loro inscatolamento, alla loro vendita ecc. Certamente con ciò speravo, come sempre, di indagare qualcosa di me stesso, senza sapere bene ancora cosa. Un po’ detective selvaggio, un po’ ascoltatore composto (in quanto outsider gentilmente accolto nell’alveo privato di persone che si sono ritrovate a svolgere un lavoro nel quale la solitudine gioca un ruolo molto importante e per cui è sempre consigliabile la massima cautela), riuscii ad entrare in contatto e ad intervistare Ermanno Cavazzoni, le cui parole mi avevano accompagnato in una prima, soffertissima, lontana, trasferta italica da supplente, il quale, tuttavia, non aveva dimenticato di riporre con cura, nella sua valigia di cartone, “Il poema dei lunatici” e “Il castello” di Kafka (libri che, in quell’empito da emigrante riluttante, si erano evidentemente accoppiati per loro volere e per alleviarmi il cammino). Colmo della stessa emozione che deve essere quella di chi viola e profana un tempio pieno di reliquie preziose, sono riuscito a fargli le domande che seguono, ottenendo risposte sulle quali continuo a riflettere spesso e che mi hanno indirizzato verso altre domande, che, come capita, continuo a fare in giro alle persone più disparate e se sono fortunato a scrittori che condividono gli stessi astratti furori, non sempre comunicabili.


Mah, se uno dice “voglio fare lo scrittore” io avrei già dei dubbi. Certo, tanti lo vorrebbero fare, ma è come dire “voglio fare il santo”.

Per cominciare volevo partire da una citazione del suo ultimo libro, il “Manualetto per la prossima vita“, dove ad un certo punto il narratore si esprime in una massima che all’incirca recita: “la legge suprema dell’universo è il pressappoco”, e poi passa a spiegare quanto la realtà del mondo sia precaria. Oltre a questa caratteristica della fragilità con cui è osservata la realtà, provvisoria e precaria, c’è un’altra cosa che, di contro, mi ha colpito nel suo ultimo libro, ovvero l’uso della statistica e dei dati statistici. È un po’ come se facesse il verso al modo in cui i dati vengano arbitrariamente usati nelle ricerche o nei progetti di divulgazione sapientemente indirizzati. Così, tra il proclamare la realtà assolutamente approssimativa e l’ironizzare sugli appigli statistici, oggigiorno considerati il mezzo più attendibile per valutare campioni e scampoli di realtà, volevo imitarla chiedendole quanto lei si sente scrittore, o altro, anche in percentuale.

-Quanto mi sento scrittore? Mah, la parola scrittore è una parola che si può regalare a chiunque. Chi è che non è scrittore? Quand’è che uno è scrittore? Se ha pubblicato, oppure se ha un manoscritto inedito, o se tiene un diario… Quindi la parola scrittore è una parola molto vaga, come la parola santo. Chi è santo? Quand’è che uno è santo? Chissà, forse nessuno se ne accorge di un santo che circola per la strada. Quindi la parola scrittore, dato che uno non è scrittore perché lo stato gli dà un titolo o una laurea, è una parola al 90% abusiva (parlo della realtà contemporanea). Nel passato ci sono scrittori affermati, spesso meravigliosi, che tutti accettano, appunto, come grandi scrittori. Poi, l’affacciarsi e diventare tale, cioè diventare artista. Scrittore è una cosa molto occasionale, transitoria, dura poco, nel senso che uno è scrittore magari per un anno perché pubblica qualcosa, poi tutti lo dimenticano; lui resta scrittore? Chissà. E per me la stessa cosa: mi sento scrittore? Mah, dicono, un po’, poco…

-Sicuramente. Come diceva Manganelli che si definiva uno scrivente, ci sono tante persone che sono scriventi, però ci sono alcuni casi in cui è conclamato essere riconosciuto come scrittore.

–Anche il conclamato è una cosa fragile. Io ho tanti libri comprati da mio nonno o dal mio prozio, in una casa di campagna, ed erano i grandi successi degli anni ’20, ’30, che se li elenco (li ho elencati in questo libricino) nessuno più sa chi sono. Forse qualche studioso universitario ci può fare uno studio come fenomeno di un certo momento. Mentre uno che ha una laurea in ingegneria lo è e lo resta, per sempre, diciamo anche oltre la sua morte.

–Scrittore è una parola che mi mette in imbarazzo, ecco, è questo che voglio dire. Come tutte le attività artistiche è qualche cosa di molto fragile, che evapora facilmente. E però, nello stesso tempo, è spesso un’aspirazione all’esprimersi, ed è un’aspirazione giovanile, come ci sono tante aspirazioni. Essere rivoluzionario è un’aspirazione giovanile, poi chi è che lo è? Cosa vuol dire?

–È quindi qualcosa di transitorio legato a delle ambizioni da giovani. Lei si ricorda quando in lei è nato il desiderio di scrivere?

–Non ho mai avuto il desiderio. Quando facevo il liceo scrivevo sul banco, sul legno del banco, delle poesiole per far colpo su una mia compagna di classe. Erano delle stupidaggini, ovviamente. Poi, quando avevo vent’anni, devo avere scritto degli articoli per dei giornali locali… Quindi scrivevo, mi piaceva, mi attraeva questo mestiere, anche perché uno se ne poteva un po’ gloriare. Sono tutti fenomeni della giovinezza. Tutte illusioni. Poi ho scritto anche dei raccontini, che sono stati pubblicati. Quindi non è che io abbia deciso, mi sono avviato piano piano. Quando avevo tra i venti e i trent’anni insegnavo, come ho insegnato successivamente, all’università, e quindi la scrittura era un mondo alternativo, mentre quello era un mondo di studio e insegnamento. Scrivere invece è un’attività più libera, che chiunque può fare: scrivere una lettera, ad un amico, un’ amante. Cos’è? Scrivere. Quelle di Kafka vengono pubblicate, e a ragione, perché Kafka è un grande scrittore. Però le dico, sono campi molto incerti.

-Da un punto di vista fisico la scrittura è un’attività che prevede la scelta di un luogo adatto, o di un momento adatto, o di strumenti che sono congeniali, e ogni scrittore nel momento in cui si mette a scrivere ha i suoi. Lei ha un luogo o degli strumenti che preferisce per scrivere?

-Beh, d‘estate vado in montagna, sopra i 1500m, e lì divento un po’ più intelligente, probabilmente perché la pressione dell’aria è minore quindi uno si espande un po’ di più. Consiglio la montagna, non consiglio il mare. Consiglio luoghi chiusi, soprattutto se uno vuole scrivere con continuità un racconto o un romanzo, anche se sono sempre cose che poi crescono a poco a poco, almeno per me, un po’ involontariamente. Come i sogni, che arrivano. Lo stesso è lo scrivere. Certo, ci sono dei luoghi che sono completamente contrari alla scrittura, cioè negativi, come i posti rumorosi… Ma poi neanche questo è detto, perché a volte delle frasi, delle idee, vengono nei posti più insoliti o impensati.

-A lei è capitato di essere più uno scrittore programmatico, che si siede a tavolino e pensa a quello che può scrivere, o nella sua esperienza ci sono stati anche dei momenti di illuminazione, delle epifanie? E collego a questa domanda anche: lei prende appunti su quello che vede e sente, o nel momento in cui si mette a scrivere si ricorda di quello di cui voleva parlare?

–Sì, mi è capitato di prendere appunti, che però servono poco. Mi dedicavo, adesso molto meno, a scrivere alla mattina. Al pomeriggio è negativo. Il pomeriggio uno è un po’ imbambolato. Alla sera assolutamente… Al mattino ho la mente più elevata e se devo scrivere qualcosa preferisco dedicarmici al mattino e tentare, alzandomi presto, perché mi viene naturale.

–Da un punto di vista della concentrazione, visto che ognuno ha delle attività che l’aiutano a concentrarsi, lei ha qualche rituale, come ascoltare musica o fare sport?

–No. È molto utile una sostanza chimica che si chiama nimesulide. Delle volte mi auguro di avere la cervicale così alla sera prendo del nimesulide, che è un antinfiammatorio normale, molto comune che vendono in farmacia. Dopo, si vede che mi schiarisce le idee, al mattino sono molto più capace. Quindi lo consiglio, poi non so se a tutti fa lo stesso effetto.

–Ci sono dei modelli ai quali lei si ispira o si è ispirato nella sua vita, oltre a Kafka, che da quello che ho capito è stato una grande fonte di ispirazione e lo ringrazia vivamente anche alla fine del Manualetto. C’è qualcun altro oltre Kafka?

–I modelli sono anche inibenti. Ci sono grandi autori, appunto Kafka, ma anche Ludovico Ariosto che è una meraviglia. E uno si sente sempre schiacciato da questi grandi e bellissimi modelli, e nello stesso tempo suggeriscono tante cose. Ce ne sono tantissimi di autori meravigliosi nel mondo, non solo in Italia, e sono i miei autori preferiti, che mi hanno formato e che mi hanno influenzato, per quel poco che ho scritto.

–Oltre ad Ariosto, parlando di altri romanzieri, lei a chi si rivolge?

–In Italia c’è una tradizione tra le più dissacranti e comiche. Parte dal Decameron di Boccaccio, un libro stupendo, meraviglioso, ricchissimo, che non ha l’uguale in tutto il resto del mondo. Poi passa attraverso i poemi cavallereschi italiani che sono stati una genialità. Poi in tempi moderni, nel ‘900, ci sono tanti autori che leggo, mi piacciono, non solo italiani. Ma, parlando degli italiani, ammiro molto Svevo, Malerba, Manganelli, Celati (che è stato anche un mio caro amico) e altri, che non nomino. Poi nel mondo ce ne sono tanti: francesi, americani, soprattutto inglesi, a partire dal ‘700…

–Poco fa diceva una cosa che anche io condivido e sulla qual volevo farle una domanda, cioè: i grandi modelli possono ispirare ma anche inibire, essere un freno nel momento in cui ci si mette a scrivere. Nei momenti in cui lei si è messo a scrivere preparando dei libri, ha continuato a leggere altri autori o ha smesso per entrare nel suo stile più proprio?

–È una buona domanda. Effettivamente uno, se è in una fase in cui gli sta uscendo un buon racconto o un buon qualcosa che lo fa sperare, deve un po’ abbandonare la lettura, perché sennò intralcia. La lettura di qualcosa che ti prenda profondamente, intendo, o la lettura di un autore molto amato. Bisogna un po’ abbandonarla nel periodo in cui si ha una felice riuscita (o crede di avere una felice riuscita).

-Nel momento in cui finisce di scrivere qualcosa, chi è il suo primo lettore?

–Mah, non lo so… Quando c’era Celati a volte ci leggevamo reciprocamente, le piccole cose fatte. Oppure prima di pubblicare un libro mi capita di fare delle piccole letture pubbliche. Uso i testi scritti per queste letture e lo faccio anche quando un libro non è ancora pubblicato.

-Vede come reagisce il pubblico e poi si regola?

-No. In genere adatto le cose scritte per essere lette. Certo, magari il pubblico ride su certi punti. Però la reazione del pubblico è assolutamente imprevedibile. Ho fatto la prova, quando c’è un libro con una raccolta con tanti racconti, come quest’ultimo che lei ha citato, mi dicono a volte: “come mi è piaciuto quello”, e spesso sono cose molto diverse, a ognuno piace una cosa diversa. Raramente tutti si concentrano su una sola.

–Invece mentre scrive lei ha un lettore implicito, a cui pensa, oppure, vista l’imprevedibilità della ricezione, è una cosa del tutto secondaria?

–La storia del lettore implicito è un po’ un’invenzione accademica. Uno come lettore implicito ha se stesso. È raro che mi venga da pensare: “se lo legge il tal dei tali debbo scrivere in questa maniera”.

–Quindi è più un’invenzione accademica e quando si scrive si pensa a sé stessi come lettori impliciti, per lei quindi è questo il processo più naturale?

–Se uno dovesse scrivere qualcosa per venderlo probabilmente si adatterebbe al compratore. Io in genere queste cose non le ho fatte.

–Quindi ha avuto un processo creativo sempre molto libero dalle dinamiche di mercato?

–Sì. Le dico, la cosa più simile è il sogno. Un sogno non è commissionabile, non ha un lettore implicito o un ascoltatore implicito. Un sogno t’arriva. E lo stesso un po’ lo scrivere…Arriva. Arriva nel senso che uno ubbidisce alle parole che gli vengono in mente.

–È un’idea che si può collegare a quegli atteggiamenti con cui si prepara un’opera che ambisce a diventare un bestseller e, di contro, ci si riduce spesso a poter sperimentare molto meno in relazione proprio a questo ampliamento del pubblico.

–La letteratura industriale, quella fatta appunto per essere venduta e bruciata non la conosco molto, quindi non so dirlo.

-Le volevo fare un paio di domande sul suo processo creativo, anche se mi ha detto che le cose che lei scrive è un po’ come se le cogliesse, come se le arrivassero. Ma, provando a fare un esercizio di astrazione, se lei dovesse dire che cosa la spinge a scrivere, cioè il movente principale, cosa si sentirebbe di rispondere.

–Per resistere. Mi sono imbarcato in questa attività e cerco di continuarla, sperando che un po’ della mia anima, che è stata messa nei libri sopravviva oltre me. Tutti cercano di sopravvivere e siccome a paradiso, inferno, purgatorio non ci si crede più molto, forse quel po’ di anima che uno ha va nelle parole, nelle parole che durano, nelle opere che durano.

–È un argomento molto interessante sul quale vorrei tornare però a breve. Le volevo prima fare una domanda su quello che è stato il suo rapporto con l’editoria: come si ricorda il suo esordio? A cosa penserebbe se le dicessi “esordio letterario”? C’è un momento particolare?

–Quando avevo più o meno trent’anni ho scritto dei raccontini un po’ parodici dell’attività universitaria, delle finte critiche ad autori, che però sono piaciute ad un mio professore che avevo seguito all’università che era Luciano Anceschi e che aveva una rivista letteraria che si chiamava “Il Verri” e me le ha molto lodate, le ha pubblicate lì e forse questo mi ha un po’ confermato o fatto credere che io avessi delle capacità. Questo mi ha un po’ avviato in seguito a scrivere una specie di romanzo che è stato “Il poema dei lunatici” e che è stato il primo.

-Quindi diciamo che la pubblicazione sul Verri le ha dato quella sicurezza per capire che quello che scriveva piaceva e che poteva essere pubblicato.

–Sì, quello è stato un piccolo esordio e poi c’è stato l’esordio vero con il romanzo “Il poema dei lunatici”. Sono stato molto fortunato a imbattermi in Giulio Bollati che era il factotum, il capo, si può dire, dopo Giulio Einaudi, della Einaudi, che però aveva aperto una nuova casa editrice, la Bollati Boringhieri; si era portato dietro il mio dattiloscritto e quindi sono stato fortunato perché mi sono infilato in un momento in cui Bollati aveva bisogno di autori.

–E siamo stati fortunati anche noi come lettori perché “Il poema dei lunatici” è stata un’opera davvero importante e bella. Le faccio le ultime tre domande. Se lei dovesse dare un consiglio ad uno che vuole fare lo scrittore, cosa gli direbbe?

–Mah, se uno dice “voglio fare lo scrittore” io avrei già dei dubbi. Certo, tanti lo vorrebbero fare, ma è come dire “voglio fare il santo”, lo già citata questa cosa. Incomincia a mangiare poco, comincia a fare astinenza… Se uno mi dice “voglio fare lo scrittore” gli dico mettiti lì, scrivi qualcosa e fammelo vedere. Qualcosa che ti prende, qualcosa che ti insegue, non lo so. E poi si vede. Però è difficile da programmare, è come dire “voglio fare l’avventuriero”, e uno dice “va bene, parti, viaggia”. Sono tutte quelle attività che non sono legalmente riconosciute, che non hanno delle scuole (perché le scuole di scrittura sono al 90% delle truffe, oppure servono per mettersi in contatto con editori o altri autori che ti aiutano, in quello sono buone).

–Le faccio un’ultima domanda partendo da un altro passaggio del “Manualetto per la prossima vita” e ci ricolleghiamo ad una cosa a cui accennava prima. Il capitolo si intitola “Le ricette per sopravvivere nell’aldilà non sono attraenti salvo una” e, a un certo punto il narratore si chiede: “ci sono altre forme di sopravvivenza? Forse l’unica appena un po’ veritiera è un libro scritto, meglio di tutto una raccolta poetica o un romanzo. Nelle parole scritte l’autore riversa la propria anima, che si riattiva ed entra in colloquio con chi legge. Un libro continua ad essere una persona che parla e racconta, la sua mente si salva, anche se il corpo se n’è già andato. Forse. E dico che forse questo riguarda tutte quelle opere in cui un autore ci mette l’anima; cinema, pittura, edifici; forse più in generale sono le opere d’arte che fanno restare in vita, anche se è una forma di vita diversa.”

Volevo farle una domanda che so essere difficile, visto anche quanto è denso il passaggio appena letto, anche da un punto di vista estetico. Ma come si fa a vedere se in un’opera un autore ci ha messo l’anima?

–Beh, ci sono modi artificiali di parlare in cui uno non mette l’anima. Se lei fa un’esame all’università non ci mette l’anima, lei cerca di cavarsela, e così in tante situazioni della vita. Poi ci sono cose che uno fa pienamente. Se uno si innamora ci mette l’anima nei rapporti con l’altro, è qualcosa che implica l’intero organismo, che investe in questa cosa e lo stesso in certe cose artistiche: si sente che uno… Anzi, è l’autore che sente di averci investito tutto se stesso. È difficile da spiegare più analiticamente. C’è un modo di parlare che si può avere anche nei colloqui quotidiani e in cui uno parla con tutta sincerità e tutto se stesso, anche se uno può parlare artificiosamente. Le opere d’arte, certune, sono davvero l’anima, fatta diventare oggetto, di una persona. Poi la parola anima è una parola onnivalente, che non si sa cosa vuol dire. Però, se io leggo un gran bel libro del passato, sento che sono in colloquio. Se leggo Stendhal, i suoi due più grandi libri, sento che sto parlando e ascoltando lui, ed è come se lui vivesse in me, che lo fraintendo di sicuro, che intendo quello che voglio io, però siamo in colloquio. E quindi quando uno prende da uno scaffale un libro entra in colloquio con l’autore. A meno che il libro sia un libro artefatto, cioè fatto proprio per mestiere, dove uno è già morto e resta morto.